Popolare è più di sociale

Roberto Morgantini, fondatore di Cucine Popolari.

Inclusione

Lo ama un’intera città – Bologna, dove insieme alla moglie ha fondato le Cucine Popolari – e tutti quelli che lo hanno incontrato o che si sono imbattuti nelle sue iniziative. È Roberto Morgantini, ideatore di una delle realtà più interessanti di cibo sociale: una rete di mense per persone in difficoltà, in cui non ci si limita a preparare e offrire pasti, ma si cerca di ricostruire attorno agli ospiti un tessuto di umanità.

Non ci definiamo mense, la mensa è qualcosa dove si frequenta, ci si entra e si esce immediatamente, in sostanza si consuma e si va, un mordi a fuggire.

Il Covid naturalmente ha messo un po’ in ginocchio il mondo, l’Italia, il paese, Bologna, anche naturalmente le cucine popolari. È stato un momento particolarmente intenso e doloroso anche dal punto di vista dei rapporti e di quello che eravamo riusciti a costruire anche con le cucine popolari.

In quel periodo abbiamo raddoppiato e la richiesta è stata raddoppiata rispetto ai nostri ospiti. Siamo passati nelle tre cucine da 250 a 500 persone, quindi abbiamo una platea vasta in sostanza, dal disoccupato, dall’anziano, da chi non lavora da molto tempo, dal padre che di fatto ha dovuto scegliere di uscire dalla casa e non ha più di che vivere davvero.

Quello che abbiamo evitato è che fosse un ghetto dei poveri, perché in molte occasioni si considera che la mensa è quel luogo dove i disperati e solo i disperati vanno, o i poveri vanno.

No, abbiamo anche un’attenzione per chi, per esempio? Per le persone sole.

Con Camst, cosa posso dire, c’è un rapporto privilegiato perché dal primo momento c’è sempre stato un intervento da parte di Camst ed un interessamento a sostenere, a vivere insieme alcune cose che in comune abbiamo in sostanza: l’attenzione e la sensibilità nei confronti degli altri, nei confronti delle persone.

Con l’arrivo del presidente Francesco si è ampliata notevolmente questo rapporto, è diventato quasi quotidiano nell’interessamento e nel capire che cosa fare insieme, che cosa è possibile fare. E ne abbiamo inventate e proposte tante insieme.

Che so, abbiamo lanciato all’interno del centro e del Bassotto la campagna del piatto sospeso, del pranzo sospeso.

In 15 giorni abbiamo raccolto qualcosa come 405 persone, 405 clienti della Camst che hanno offerto un pranzo a chi non conoscevano, a chi non avevano mai visto, in solidarietà hanno fatto questo.

Rivolto alla Camst c’è sicuramente un segno di riconoscimento perché condividiamo molto di quello che s’ha da fare nei confronti delle persone e degli ultimi.

E quindi cosa posso dire?

Grazie Camst!

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