Giurista con specializzazione nella tutela internazionale dei diritti umani e responsabile delle Politiche per l’infanzia e l’adolescenza di Save the Children Italia, Antonella Inverno spiega perché garantire la mensa scolastica significa investire nella lotta alla povertà materiale, educativa e alimentare di bambini e adolescenti.
Voiceover: Benvenuti a Voiceover, la serie di podcast prodotta da gruppo Camst per condividere buone pratiche di sostenibilità. Un racconto a puntate di esperienze professionali, di vita o di attivismo, affidato alle voci dei protagonisti.
Antonella Inverno: Sono Antonella Inverno di Save the Children. Ormai da tanti anni ci occupiamo di mense scolastiche perché, garantire la mensa scolastica significa investire nella lotta alla povertà materiale, educativa e alimentare di bambini, bambine e adolescenti nel nostro paese. La mensa scolastica non è solo un posto dove si mangia, ma è un tempo educativo a tutti gli effetti, è un tempo scuola a tutti gli effetti, dove poter non solo fare un pasto equilibrato e proteico. Sono tantissimi i bambini che oggi non riescono a consumare questo pasto. Ci sono punte del 13% dei bambini e delle bambine in Sicilia e di oltre il 10% in Campania, con una media nazionale del 6% di bambini fino a 15 anni, quasi mezzo milione, che già prima della pandemia non poteva consumare quotidianamente un pasto adeguato e dall’adeguato contenuto proteico. Partiamo da un presupposto. La povertà minorile assoluta in Italia è triplicata negli ultimi dieci anni. È ancora in crescita con il Covid e colpisce oggi un milione e 337 mila minorenni. L’incidenza varia dal 9,5% al centro, al 14,5% nel mezzogiorno. Non bisogna dimenticare poi che la mensa è un servizio a domanda individuale e non è ancora riconosciuta come un servizio essenziale. Quindi ci sono delle differenze tra comune e comune in termini di tariffe, esenzioni e criteri che impediscono l’accesso proprio a quei bambini e a quelle bambine che ne avrebbero maggior bisogno. Ma c’è anche l’altra faccia della medaglia. Abbiamo consultato anche l’Osservatorio per la Ristorazione Collettiva e la Nutrizione, che ha registrato nel 2020 quanto proprio il settore della ristorazione scolastica sia uno di quelli che ha risentito maggiormente dell’emergenza sanitaria e del lockdown, a causa della chiusura anticipata ai primi giorni di marzo 2020 dell’anno scolastico. In questo settore la perdita dei ricavi nel 2020 ha superato il 60% rispetto ai 12 mesi precedenti. Al tema della riflessione scolastica bisogna affiancare innanzitutto la questione del diritto al cibo, che si fa insieme veicolo di contrasto alla povertà educativa, alla dispersione scolastica, ma anche alla promozione del diritto alla salute. Dal nostro punto di vista il servizio di emersa scolastica non può continuare ad essere un servizio a domanda individuale, ma dovrebbe essere qualificato come servizio pubblico essenziale e inserito tra i livelli essenziali delle prestazioni, in ragione delle caratteristiche proprie del servizio stesso, così come è anche stato riconosciuto dalla giurisprudenza. D’altronde riconoscere il servizio di refezione, come servizio pubblico essenziale, significa affermare che la mensa corrisponde a un interesse che va necessariamente protetto, perché il tempo mensa è stato riconosciuto come tempo scuola in quanto considerato un importante momento di socializzazione e condivisione in condizioni di uguaglianza nell’ambito di un progetto formativo comune. Che la mensa sia uno strumento fondamentale di lotta alla povertà minorile è stato anche riconosciuto nel quarto e ora nel quinto piano nazionale infanzia, che ne ribadisce l’importanza, riconoscendolo quale luogo privilegiato in primis per garantire almeno un pasto di qualità nell’arco della giornata, nonché occasione di condivisione, di sperimentazione della socialità e di esperienza educativa. Oggi più che mai è importante assicurare un pasto adeguato a tutti i bambini e le bambine nel nostro paese, proprio a partire dai territori che hanno sofferto di più le crisi derivate dalla pandemia. Parliamo di una crisi economica, una crisi sociale, una crisi educativa. Proprio per questo è importante garantire che le scuole che rimarranno aperte quest’estate possano prevedere anche la fornitura di pasti ai bambini e alle bambine che le frequenteranno, ma bisogna anche avere una logica di lungo periodo e guardare subito, non solo all’inizio del nuovo anno scolastico, ma anche ai prossimi anni che arriveranno e alle prossime crisi che arriveranno, per fare in modo che tutti i bambini e tutte le bambine abbiano la possibilità di accedere a un servizio di refezione scolastica. Solo, lo ripeto, più o meno il 50% degli studenti possono avere questa garanzia. Questo non è più un problema non affrontabile e non rimandabile. Bisogna prevedere che le scuole offrano questo tipo di servizi e che questo tipo di servizi non siano a domanda individuale, cioè i genitori che se lo possono permettere possono mandare i propri figli a mangiare a scuola, ma che siano un servizio pubblico essenziale.