Agronomo ed economista italiano, è professore ordinario di Politica Agraria internazionale e comparata all’Università di Bologna e direttore scientifico dell’Osservatorio Waste Watcher per l’economia circolare. Fondatore di Last Minute Market e ideatore della campagna Spreco Zero, ci racconta come lo spreco alimentare sia molto più di ciò che resta nel piatto e come ciascuno possa fare la propria parte.
Voiceover:
Benvenuti a Voiceover, la serie di podcast prodotta da gruppo Camst per condividere buone pratiche di sostenibilità. Un racconto a puntate di esperienze professionali, di vita o di attivismo, affidato alle voci dei protagonisti.
Andrea Segrè:
Sono Andrea Segrè, professore all’Università di Bologna e fondatore di Last Minute Market, uno spin-off che da tanti anni, ormai 20, si occupa di prevenire lo spreco alimentare. Lo spreco alimentare noi pensiamo sia qualcosa che rimane nel piatto, è vero, eppure c’è tutta una filiera a monte che parte dai campi e che forse noi conosciamo troppo poco che potrebbe rappresentare una sorta di costo o percorso nascosto dello spreco. Perché quando lasciamo nel piatto, per esempio, un po’ di carne, della pasta, della verdura, in realtà dovremmo pensare, spesso non lo sappiamo, non ce ne ricordiamo, che a monte per produrre un bene agricolo, che poi diventa alimentare che consumiamo, abbiamo bisogno di risorse, di risorse naturali. Pensate all’acqua, all’energia, naturalmente alla terra, la prima risorsa di cui abbiamo bisogno. Sono non scarse, come qualcuno pensa, ma sono limitate queste risorse peraltro le consumiamo così velocemente che non si rigenerano in tempo e poi dopo, una volta che combiniamo queste risorse con la nostra sapienza, seminando, irrigando, piantando, raccogliendo e così via, l’alimento prende forma, viene trasformato, e poi viene trasportato, distribuito, finisce in una mensa, finisce in un negozio e poi arriva finalmente al nostro piatto. C’è un ciclo di vita, una filiera come si dice, più o meno lunga o più o meno corta, ma tutti questi passaggi, dal campo alla tavola, dal forcone alla forchetta, in realtà hanno un costo, da una parte consumano delle risorse che si possono valutare attraverso dei cicli di vita e alla fine se effettivamente noi non consumiamo questo prodotto, lo sprechiamo, lo gettiamo via anzitempo quando è ancora buono, davvero gettiamo via non solo un capitale economico perché abbiamo pagato prodotto, ma anche direi soprattutto un capitale naturale che può essere stimato, che possiamo valutare in modo molto preciso. E poi, assurdo, ed è la fine di questa storia, di questo ciclo, è che il prodotto ancora buono lo dobbiamo smaltire, cioè lo dobbiamo gettare via nei rifiuti e pagarci sopra una tassa, una tariffa. Questo è un altro costo, per dire la verità, non tanto nascosto ma quanto evidente. Dietro e dentro il piatto c’è una storia, un ciclo, non sprechiamo, non ha senso oggi oltretutto che tanto cibo buono finisce ancora nella spazzatura, quanto potrebbe essere recuperato a fini solidali, a fini caritativi, perché come sappiamo c’è una parte della popolazione che non arriva a fine mese, non ha accesso al cibo e la pandemia ha aumentato di molto. La pandemia ci ha restituito un’Italia double face. Io l’ho chiamato Food Divide, il divario alimentare c’era anche prima, ma è stato accentuato. Chi è stato a casa e aveva accesso al cibo può acquistarlo. Il lockdown, da questo punto di vista, è stato molto interessante da analizzare. Noi abbiamo un osservatorio che si chiama Westwatch e ci siamo impegnati su questo. Un’attenzione molto rilevante, non solo rispetto allo spreco, abbiamo sprecato anche molto di meno, ma rispetto proprio alla gestione del cibo, l’acquisto mirato, la qualità, la dieta mediterranea, la lettura delle etichette, l’interpretazione delle scadenze, fino anche alla cucina del recupero. Siamo stati a casa da una parte, dall’altra però la situazione economica ha generato un impoverimento molto forte, soprattutto la parte di popolazione che non ha avuto accesso, diciamo, ai ristori piuttosto che ai contributi statali e l’accesso al cibo è diminuito ulteriormente. La Caritas e poi adesso l’Istat hanno stimato che i poveri assoluti sono 5,6 milioni, quasi il 10% della popolazione italiana, ecco il food divide, un bicchiere mezzo pieno. Chi ha avuto accesso al cibo, bisogna mantenere questo comportamento virtuoso, una sorta di educazione alimentare accelerata che abbiamo avuto tutti, chi ha accesso al cibo, invece dobbiamo aiutare chi non ha accesso al cibo ed è il bicchiere mezzo vuoto, che dobbiamo riempire. Tutti noi possiamo fare qualcosa per contrastare lo spreco alimentare. A livello personale, diciamo privato, noi cittadini, noi consumatori e anche le aziende, noi cosa possiamo fare? Dobbiamo imparare o reimparare che il cibo ha valore. Non solo non va buttato via, e questo sarebbe una sorta di primo comandamento laico, ma anche direi dobbiamo capire che ha un valore per la nostra salute. Tutti gli studi medici, dei colleghi nutrizionisti dimostrano per esempio che seguire la dieta mediterranea allunga la vita. Peraltro quel tipo di produzione, quel tipo di consumo di prodotti mediterranei non solo rappresenta la nostra tradizione, la nostra identità, la nostra storia, ma ha anche un impatto positivo sull’ambiente. Quindi perché non stare attenti a ciò che mangiamo a partire da non sprecare. Le aziende già fanno molto, quel proiettarsi verso gli obiettivi di sostenibilità dell’Agenda ONU al 2030, che ricordo che dopo domani, essendo nel 2021, non manca molto, postula anche nel goal numero 12, per essere poi precisi al 12.3, la riduzione del 50% dello spreco alimentare a livello globale. E’ un obiettivo importante. Noi ci siamo messi come campagna SprecoZero più avanti, nel senso che l’obiettivo l’abbiamo posto al numero più basso, allo zero, perché lo vogliamo raggiungere, se possibile anche in tempi più brevi. E le aziende hanno un ruolo molto importante nel essere diciamo più efficienti, più sostenibili, nel ridurre a monte ciò che si getta via e a valle nel poterlo recuperare, lo spreco a livello di mense aziendali, a livello di tutta la filiera, quindi pensiamo dalle aziende agricole che sono imprese, alle industrie di trasformazione, alla distribuzione grande, piccola, fino a chi fa il catering aziendale, si può recuperare ciò che è in eccesso, l’eccedenza, a fini solidali. Noi, tanti anni fa, più di 20, abbiamo messo in piedi un sistema solidale e sostenibile, Last Minute Market, ma ci sono tanti altri progetti nel nostro paese che lo fanno, proprio per mettere assieme un potenziale donatore che ha un’eccellenza con un potenziale beneficiario che ha una carenza. Ecco, questo scambio, in realtà è uno scambio di anime, di relazione, direbbero gli antropologi, perché non c’è più un prezzo, anzi c’è un costo, l’eccedenza va smaltita, ma c’è uno scambio, una relazione fra chi dona e chi riceve che stringe i rapporti. Questo fanno le aziende attraverso Last Minute Market, un valore di relazione che in realtà è la solidarietà della nostra società.